| Le colture transgeniche sono generalmente caratterizzate dall'essere più produttive di quelle tradizionali. È stato valutato che mais, colza, cotone, soia transgenici permettano di ottenere raccolti più abbondanti di circa il 10 per cento. L’aumento della produttività dipende essenzialmente dalla riduzione delle perdite provocate da insetti, virus, agenti chimici. |
Una delle obiezioni contro le biotecnologie, è che se usate in modo sconsiderato, potrebbero minacciare la varietà della natura. La biodiversità è l’insieme di tutte le possibili combinazioni di geni che si trovano nelle specie animali e vegetali. E’ un indispensabile "serbatoio genetico" che consente il mantenimento della vita sul globo. Se sulla Terra esistesse una sola varietà di grano o una sola razza di pecore, la loro stessa sopravvivenza sarebbe in grave pericolo. Un parassita infestante potrebbe infatti distruggere tutte le colture; un virus uccidere tutte le pecore. La natura però si è difesa producendo diverse varietà di grano e tante razze di pecore. Perciò quelle resistenti agli attacchi di quei virus e di quelle malattie possono tendere a sostituire i loro simili che, essendo più vulnerabili, cedono agli agenti esterni.
Quasi l’80% della biodiversità si trova nei Paesi poveri. Per tutelare i diritti di ogni regione del mondo, nel 1992 è stata sottoscritta da circa 150 Paesi la Convenzione sulla biodiversità. Questo accordo internazionale riconosce il diritto a ottenere compensi economici o royalties ai Paesi che forniscono materiale genetico utilizzato per produrre organismi geneticamente modificati. In pratica, una multinazionale, per esempio statunitense, che si arricchisca vendendo sementi transgeniche ottenute utilizzando geni di varietà vegetali scoperte nella foresta amazzonica, dovrebbe in ogni caso riconoscere dei compensi al Paese d’origine del patrimonio genetico usato per la manipolazione. Ma come e quanto questo diritto dovrebbe essere pagato ancóra non è stato stabilito dal protocollo internazionale che dovrà sovrintendere all’applicazione delle regole sottoscritte.
Negli ultimi 40 anni sono scomparse circa 2.000 razze di interesse zootecnico e attualmente circa il 20% di quelle esistenti è a rischio. La situazione più critica è quella europea: su 400 razze esistenti circa 260 rischiano l’estinzione. Questa tendenza potrebbe ulteriormente peggiorare con la diffusione di piante e animali transgenici che, grazie alle loro elevate qualità produttive, verrebbero presto preferiti da agricoltori e allevatori, mentre quelle normali tenderebbero a scomparire. Il problema del mantenimento della biodiversità è un problema mondiale. D'altra parte, si sostiene che le Biotecnologie potrebbero contribuire a risolverlo. La Convenzione internazionale sulla biodiversità del 1992 prevede che le tecniche dell’ingegneria genetica possano essere utilizzate per organizzare banche-geni dove conservare il patrimonio genetico delle specie in via di estinzione. Non è una soluzione, certo: è un modo per scaricarsi la coscienza... quando una specie è sarà estinta, in futuro la si potrebbe riportare in vita con la clonazione (e perché dovremme farlo? dopotutto era una specie poco efficiente allora, figurarsi 20, 30 anni dopo... in un ambiente probabilmente diverso!).
Batteri, piante, nuove razze di animali ottenuti con l’ingegneria genetica possono venire brevettati... tuttavia, è etico brevettare organismi viventi?
Il dibattito non è ancòra concluso. C’è la possibilità di brevettare nuove forme di vita (microrganismi, piante e persino animali) o loro parti. In questo modo, gli istituti e le industrie che, dopo aver speso cifre considerevoli per la ricerca, riescono a creare organismi geneticamente modificati (OGM), possono garantirsene in esculusiva la proprietà e lo sfruttamento economico dell’invenzione (perché di invenzione si tratta) almeno per un certo numero di anni. Dopo tale termine, l'invenzione diviene di pubblico dominio e chiunque altro può farne uso. Tale possibilità certamente incoraggia la sperimentazione e per conseguenza aiuta la scienza a progredire.
L'obiezione è ovvia: poicé i geni li ha inventati madrenatura, come si può sostenere che sia legittimo che qualcuno che li ha semplicemente scoperti possa brevettarli?
In realtà, il brevetto non riguarda le scoperte ma le invenzioni biotecnologiche, regolamentate da adeguate convenzioni internazionali e da una specifica direttiva di recente emanata dall’Unione Europea.
La vita, di per sé, non può essere brevettata; invece possono venire brevettate le modifiche effettuate con l’ingegneria genetica sulle cellule viventi. Purché tali modifiche rappresentino un’invenzione con caratteristiche di novità e con possibilità di utilizzazione produttiva. Dunque, un gene, o meglio, una particolare sequenza di acidi nucleici in esso compresa, possono essere brevettati solo se l’inventore non ha semplicemente scoperto quanto avviene in natura, ma ha saputo isolare e riprodurre la struttura e la funzione delle sequenze di acidi nucleici necessari allo sviluppo di nuovi processi o prodotti.
Attualmente sono disponibili circa 10.000 brevetti biotecnologici e riguardano microrganismi, piante, animali geneticamente modificati.
L’Europa, attualmente è svantaggiata rispetto al Giappone ed Usa, che possono da tempo contare su una importante protezione della proprietà intellettuale in questo settore, la condizione necessaria perchè le aziende investano nella ricerca. Recentemente Bruxelles ha approvato un’importante direttiva sulla protezione legale delle invenzioni biotecnologiche. La normativa in materia servirà ad attrarre maggiori investimenti nel settore ed a creare nuove opportunità di lavoro.
La direttiva europea contiene disposizioni di natura etica nella produzione industriale. Ecco le più importanti.
Le colture transgeniche sono già ampiamente diffuse nel mondo e sono in rapida crescita. Nel 1996 gli ettari coltivati in tutto il globo con colture geneticamente modificate erano meno di 3 milioni. Nel 1998 hanno raggiunto i 28 milioni. E si prevede che nel 2000 saliranno ad oltre 60 milioni.
L’America settentrionale coltiva l’88% dei terreni dedicati in tutto il mondo agli organismi geneticamente modificati (OGM). In Stati Uniti e Canada, un terzo dell’intera produzione di mais e metà di quella di soia provengono da colture transgeniche. Asia e America Latina controllano, all'incirca in parti uguali, il restante 12%. Proprio queste due aree del globo vedranno il maggiore sviluppo delle colture nei prossimi 20 anni. Per quanto riguarda l’Europa, invece, le previsioni fanno ritenere che nel 2025 solo l’1% dei terreni sarà destinato a colture transgeniche.
I prodotti transgenici più coltivati sono le piante di colza, tabacco, soia, riso, cotone, patata, mais, zucca, pomodoro: autorizzate in Canada, Usa, Giappone. La Cina Popolare coltiva da un decennio pomodori, tabacco, riso, angurie. Anche Paesi africani e Bulgaria hanno avviato colture transgeniche. La star delle colture transgeniche è la soia, che copre 15 milioni di ettari, seguita dal mais con 8 milioni di ettari, cotone e colza con 2,5 milioni di ettari e dalle colture orticole con 500 mila ettari.
Le piante piùe; coltivate sono quelle resistenti ai diserbanti che coprono il 57% dei terreni dedicati a colture transgeniche, seguite dalle piante resistenti agli insetti (31%) e da quelle resistenti a virus (14%). Le piante transgeniche con caratteristiche nutrizionali migliorate, di particolare interesse per il consumatore, coprono oggi solo l’1% dei terreni.
Per l’Europa, già gravata da eccedenze agricole che comportano accese discussioni per stabilire le quote produttive dei Paesi membri, l’utilità delle colture transgeniche non è ovviamente nell’aumento della produzione, bensí nell’abbassamento dei costi e nel minore impatto ambientale. Gli economisti prevedono che le eccedenze crescenti di Nord e Centro-Sud America, ottenute a costi più bassi grazie all’applicazione delle Biotecnologie, verranno offerte ai Paesi europei che producono analoghe derrate ma a prezzi più alti di quelli internazionali. Questa previsione deriva dal fatto che i Paesi che per primi hanno investito e rischiato nelle biotecnologie, non rinunceranno alla posizione di vantaggio acquisita. Come conseguenza, il mercato comunitario potrebbe subire drammatici contraccolpi economici. In ogni caso, Bruxelles potrà scegliere di mettere al bando il consumo di ogni prodotto OGM, come anni fa ha fatto con le carni di bovini allevati con ormoni. A condizione però di accollarsi una politica autarchica del tutto contraria agli attuali orientamenti, in quanto si troverebbe a dover contrastare analoghe contromisure contro i prodotti d'esportazione.
Gli OGM che un giorno potrebbero venire coltivati anche nelle nostre campagne, sono: pomodori, fragole, banane, broccoli a maturazione lenta; piselli più dolci; latte da mucche trattate con ormone della crescita ingegnerizzato; riso arricchito di vitamina A; un sostituto del burro di cacao ottenuto da raspi d’uva ingegnerizzati; pepe più dolce; viti da vino di alta qualità piccoli meloni senza semi; minicarote. Allo studio varietà di mais resistenti a virus, insetti, funghi. In fase avanzata è la ricerca su lattuga, meloni, pomodori resistenti a virus. varietà di cotone e riso resistenti agli insetti.
Le attuali varietà transgeniche di mais, soia, colza, sono state studiate soprattutto per colture estensive, e dunque potrebbero adattarsi benissimo all'Italia, per esempio, nella pianura padana. Potremmo peò considerare interessanti anche altri tipi di colture: per esempio le fragole antigelo per evitare che le punte di freddo tardivo facciano gelare le piantine. O i meloni che crescono nel deserto, adatti anche per colture nel nostro Sud.
Prima di essere ammesse alla coltivazione, le piante transgeniche devono dimostrare di comportarsi come quelle tradizionali, di produrre semi e frutti sostanzialmente equivalenti a quelli di sempre. E di non comportare rischi per l’ambiente e per la salute.
L’Unione Europea ha autorizzato finora 16 organismi geneticamente modificati, tra cui tabacco, soia, colza, resistenti a erbicidi; due varietà di mais resistente a erbicidi e insetti; radicchio, reso più fertile. La stessa Ue, ha negato, considerandola rischiosa, l’autorizzazione alla coltivazione di una patata geneticamente modificata destinata alla produzione dell’amido. Questa autorizzazione non è vincolante: la coltivazione di questi vegetali è concessa in piena autonomia dai ministeri agricoli dei singoli Paesi membri, i quali discrezionalmente iscriveranno gli OGM nel registro delle varietà vegetali coltivabili nei loro territori. Uno dei due mais autorizzati è stato registrato in Francia e Spagna. Questi due Paesi sono gli unici membri che hanno avviato colture con questa varietà di mais transgenico: su 20-30 mila ettari di terreno in Spagna e 3 mila in Francia.
Tutte le piante genteticamente modificate autorizzate dall’Unione Europea sono già state approvate negli Stati Uniti, con severe procedure di sicurezza ambientale (EPA, Enviromental Protection Agency), agricola (USDA, US Department of Agricolture) e alimentare (FDA, Food and Drug Administration). L’Unione Europea, per controllare l’impiego delle Biotecnologie e la commercializzazione dei prodotti ottenuti con l’ingegneria genetica, nel 1990 ha emesso due direttive, recepite anche dall’Italia. La prima stabilisce le misure di sicurezza per l’uso di microrganismi modificati in laboratori, serre, impianti industriali. La seconda direttiva ha lo scopo di proteggere la salute umana e l’ambiente nei confronti dell’uso in campo di sementi e pesticidi ottenuti con l’ingegneria genetica. Nel caso del mais Bt resistente alla piralide l’autorizzazione è stata concessa dall’Unione Europea su parere positivo di ben tre comitati scientifici europei competenti per mangimi, alimenti e farmaci.
Una nuova proposta legislativa tende ad aumentare la trasparenza perché prevede di mettere a disposizione del pubblico (anche via Internet) una sintesi del dossier presentato dall’industria per richiedere a Bruxelles l’autorizzazione per una nuova pianta o animale transgenico e il relativo rapporto dell’autorità competente. Il pubblico può formulare commenti. Inoltre vengono introdotti principi comuni per la valutazione del rischio e si prevede l’etichettatura obbligatoria degli organismi geneticamente modificati messi in commercio. Infine, anche gli aspetti etici saranno presi in considerazione, al momento di autorizzare un nuovo organismo o attraverso la consultazione dei vari comitati di etica esistenti a livello nazionale o internazionale.

L’Ue ha ammesso la commercializzazione e l’importazione di alcune varietà di mais e soia geneticamente modificati, soprattutto dall’America settentrionale, e che possono essere mescolati con carichi di mais o di soia tradizionali. Queste miscele vengono poi avviate alle aziende che le usano come ingrediente per molti prodotti alimentari. Soprattutto la soia ha largo impiego in centinaia di alimenti per l’uomo (oltre che per produrre farine proteiche per l’alimentazione animale). Un’analisi su 42 prodotti sul mercato, pubblicata dalla rivista Altroconsumo ha evidenziato la presenza di soia transgenica in quattro prodotti: due tipi di bistecche di soia, una crema di legumi per bambini, una lecitina.
La catena di supermercati Sainsbury, presente in Inghilterra, commercializza barattoli di conserve di pomodori transgenici, importati dagli Stati Uniti. Questi pomodori hanno bisogno di un trattamento termico meno intenso, con un migioramento dei caratteri organolettici per la produzione delle conserve. I barattoli riportano in modo chiaro, sull’etichetta, l’origine transgenica dei pomodori. In Belgio, in Danimarca e, soprattutto, in Olanda i prodotti transgenici etichettati sono diverse decine. In tali Paesi fra distributori, produttori e consumatori si è raggiunto un consenso sulla commercializzazione di tali prodotti.
Non è ancora del tutto stabilito dalla normativa comunitaria se l'etichetta indicherà qualsiasi componente transgenico potenzialmente presente. Due importanti disposizioni del regolamento devono essere ancora completate con la cooperazione degli Stati membri. Riguardano la soglia minima di DNA o di proteine geneticamente modificate presenti nell’alimento, al di sotto della quale la presenza di queste sostanze viene considerata accidentale e non fa scattare l’obbligo di etichettatura. La seconda disposizione concerne la lista di prodotti esenti dall’obbligo di etichettatura perché contenenti DNA o proteine geneticamente modificate che però sono state distrutte durante il processo produttivo: per esempio gli oli raffinati estratti da mais e soia. Questo regolamento non è considerato la risposta più soddisfacente dai consumatori europei perché non permette di identificare con un’etichetta tutti gli alimenti trasformati contenenti materie prime geneticamente modificate.
Il Regolamento emesso nel 1998 impone che gli alimenti a base di mais o soia geneticamente modificati riportino in etichetta la dicitura: “contiene organismi geneticamente modificati”, quando si può provare con un’analisi scientifica la presenza di DNA o di proteine geneticamente modificate. La Commissione Europea sta lavorando per mettere a punto metodi di analisi validi per tutti i Paesi membri, in modo da poter disporre di uno strumento efficace per le industrie che devono realizzare le etichette e per le autorità sanitarie che le devono controllare.

